Dal Brasile con amore...
Carissimi tutti,
volevo scrivervi cento volte, da quando sono qui, ma quando ho il tempo per regalarvi le mie giornate, il computer è occupato da qualcuno e non si può usare, così rimando a domani, e poi di nuovo a domani, perché il giorno dopo ci sono storie da ascoltare, progetti da iniziare, sguardi da conoscere... C’è un città sporca e colorata che mi guarda con sospetto, una nuova vita che mi scuote, mi travolge, mi prende tutto ciò che posso dare.
Per me è tutto così nuovo,
così sconvolgente, così luminoso e colorato...
È bello essere qui. Anche se non potevo immaginare tutto
questo traffico di gente e di culture; la città è sporca e
colorata, puzza di pianto, traffico e rifiuti, è grande,
somiglia per tanti aspetti alle nostre città, mentre per
tanti altri è così diversa; ogni quartiere è un mondo a sè,
circondato da viali di alberi di mango che sputano sulla
strada i loro frutti sugosi.
L'oceano è immenso, l'acqua è calda e torbida, la spiaggia
ribolle di gente di ogni colore, di musica, di balli.
Una pianta sconosciuta getta sulla sabbia semi rossi come
labbra imbellettate.
Il progetto è da inventare. Ieri con Giada abbiamo riempito
fogli di inchiostro verde e centinaia di idee, abbiamo
progettato un laboratorio di teatro, musica e danza per i
meninos de rua, si tratta di inventare uno spettacolo di
denuncia da portare nelle scuole, costruire insieme gli
strumenti per suonare, magari trovare delle attività per
finanziare i materiali, cucire i costumi e divertirsi,
pensare, fare...
Ma è difficile. Difficile perchè sono straniera, vengo qui e
mi accorgo che non mi stavano aspettando, che davvero devo
tenere insieme tutti i pezzetti di me stessa per non essere
travolta, per avere coraggio. Mi sento una bambina che
balbetta, in un mondo in cui i bambini sono già grandi.
Eppure, Adison mi prende per mano. "hai la mamma?" Si
piccolo, mia mamma è in itália, e la tua? Donde estas? "Eu
não" io no. Non ho la mamma.
Grazie piccolo. Oggi mi hai fatto crescere. Ancora un po'.
C'è tanta violenza in tutte queste storie. Giada mi dice che
è strano, qui è talmente normale da non sconvolgere più. Non
voglio crederlo. Ma mi accorgo che in qualche modo pensare
di non sconvolgermi più mi tranquillizza, e mi viene la
náusea.
Eppure, in mezzo a tutto questo squallore, c'è la musica, il
ballo, le risate. Non ho trovato qui l'ospitalità e il
calore dei saluti africani, ma c'è qualcosa di questa gente
che voglio imparare, che già amo. È bello immergersi in una
cultura che è tanto lontana dalla nostra, che mi viene
difficile capire e imparare, ma che mi stupisce, e che
voglio scoprire.
Oggi Maria è tornata nel ventre della terra, sorride con uno
sguardo nuovo dal suo cielo di marzapane.
Era malata, Maria. L'ho vista solo una volta, coperta di
croste e ferite perchè è nata senza il primo strato di
pelle, fragile scheletro vestito di niente.
La morte coglie impreparata anche te, statuina d'argilla mai
completata, giusto stamani dicevi di voler salutare ancora
il sole, la vita.
Com'è fragile quest'attesa, questo vivere e camminare in un
mondo di argille imperfette...
Eppure io cammino, continuo a danzare. Ieri sera Wilson ha
lodato la mia abilità acrobática, così utile nella capoeira.
Mi mancava la fatica
dell'esercizio fisico, la sfida con se stessi, il sudore e
la soddisfazione.
C'è tempo anche per questo, qui.
Wilson è in gambá, gentile, simpático, determinato , há dato
um'opportunità a centinaia di meninos de rua, tutti portano
scritta negli occhi la loro storia...
Questo ballo scarica, insegna, è filosofia e poesia, è canto
e musica!
Oggi toccherà a noi cominciare la pagina bianca di um libro
da scrivere.
A Lucena ci aspettano i ragazzi della strada com le loro
canzoni, sarà fatica e sarà musica, perché qui tutto è
canto, musica, rumore....
Miriam
Gioventù bruciata:
giovani virgulti sul fuoco della critica
Gioventù bruciata: alcolizzati, drogati, violenti, “bamboccioni”, riuniti a gruppi anziché avere una propria identità, non pensanti. Così ci definiscono i media, e ciò che pensano i media è giusto ed è legge. Noi giovani saremmo quelli che hanno sempre bisogno di sballarsi, di sfogarsi esplodendo in atti violenti e di vandalismo; saremmo gli “eterni bambinoni”, parassiti di venticinque- trent’anni ancora attaccati alla sottana materna; saremmo gli skin, i punk, i metallari, i cabinotti o appartenenti ad un altro qualsivoglia gruppo, tutti vestiti uguali, tutti con le stesse idee, senza dare spazio ad una individualità e ad un pensiero proprio, fautori di un consumismo stilistico e della moda più che di un solido futuro per il mondo. Questo si pensa di noi e si fa, contrariamente alla tradizione popolare, “di tutta l’erba un fascio”.
Molti affermano che i problemi dei giovani partono da uno sbagliato metodo d’educazione. C’è chi pensa ancora che sia necessaria un’educazione dura, inflessibile, senza contatti umani, in cui s’inculcano delle idee, degli obblighi, degli schemi mentali al bambino prima e al giovane poi; un’educazione in cui si dice al bambino: “Sii uomo, figlio mio!”, senza però accorgersi che essere uomo, essere adulto e maturo non significa essere una copia dell’educatore ma essere sé stessi ed essere responsabili di sé. Non è allora meglio un’educazione basata sull’affetto che spinga il fanciullo a trovare, attraverso i suoi interessi e il suo essere, un suo io? Ciò ovviamente non significa non trasmettere alcun valore etico o morale ma significa lasciare al giovane una libertà d’espressione personale. Non è forse proprio per esprimere sé stessi che i giovani si riuniscono in gruppi con caratteri peculiari? Fra quei caratteri simili emergerà in ognuno un che di diverso, di proprio e di personale che lo renderà unico nella sua individualità e nel suo modo di pensare.
Ma torniamo all’educazione. Altro importante centro educativo è la scuola, che non è solamente un luogo atto ad un passaggio di nozioni dal docente all’alunno ma è anche un luogo di maturazione, perchè essere giovani non significa non essere maturi, cioè non aver acquisito responsabilità e coscienza di sé. L’alunno dovrebbe, dunque, conseguire il desiderio di imparare e di comprendere per il piacere d’accrescere le proprie conoscenze, che sicuramente gli risulteranno utili in futuro. La scuola presenta però una grande problematica: chi studia non può mantenersi da sé completamente ma ha bisogno di un sostegno per lo meno finanziario. Ed è così che nell’ottica di qualcuno i liceali e , soprattutto, gli universitari diventano i famosi (o famigerati?) “bamboccioni”. Ma se fosse possibile diversamente credete che ci faremmo mantenere?
Visto che la mia lingua finora ha insistito sull’educazione è ora che batta dove il dente duole sul serio: se il problema principale di tutti gli ipotetici problemi dei giovani risiede nell’educazione la colpa non è forse dell’educatore? Coloro dunque che perlopiù si permettono di additarci sono poi proprio coloro che secondo questo ragionamento hanno la colpa.
Avvicinandosi la conclusione vorrei poter sorvolare su chi dice che siamo tutti drogati e alcolizzati ma dovrò fermarmi brevemente: ma tutti i giovani fanno uso e abuso di queste sostanze alcoliche? E sarebbero l’unica fascia d’età a farne uso? Non c’è nessuno , credo, che abbia il coraggio di affermare queste due cose!
Per concludere vorrei mettere in rilievo un problema: perché il mondo vuole vederci così in negativo? Ho appena dimostrato che noi giovani siamo molto diversi da come veniamo dipinti. Mi chiedo se non è che il mondo adulto abbia paura della nostra generazione, di essere soppiantato dai giovani, di essere rimpiazzato da coloro che vengono raffigurati come alcuni tra gli elementi peggiori nella società, se non abbia paura di essere sovvertito nei suoi valori di perbenismo borghese sia di Destra che di Sinistra. Il mondo ha paura dei giovani, del coraggio e della forza che abbia nei nostri cuori e non è falsa modestia se dico che siamo il futuro di questo mondo: possiamo e dobbiamo trovare il modo per migliorare il mondo in cui viviamo. Giovani: insieme verso il futuro.
Basta ca ce sta ‘o sole…?
E non solo per il volto che, purtroppo, Napoli mostra in questi giorni. Non si tratta di riciclo mancato di rifiuti, ma di investimento sulle migliori forze vive. Di un campo giovani che due parrocchie di Tezigno, un paesone vesuviano, hanno vissuto. E con tutta l’entusiasmo giovanile, versione hifi per l’ inconfondibile carica partenopea.
E’ stato questo il titolo di una serie di meditazioni sul libro del profeta Giona. Con tutto il rispetto per la splendida canzone napoletana del periodo della seconda guerra, che è un inno alla speranza matura e senza ottimismo a buon mercato a cui rimandiamo per l’eccellenza sia del testo che della musica; si è trattato di una rivisitazione aggiornata del rapporto che l’uomo di oggi, ed a maggior ragione il giovane, ha spesso con Dio. Il protagonista ha un carattere marcato, all’insegna di un silenzio ostinato e chiuso, di una collaborazione prima negata e poi concessa a forza, ma mai convinta. Un profeta scontroso ed altruista ad una tempo, che conosce Dio ma non ha nessuna intenzione di costruire un rapporto significativo con Lui. E proprio a confronto con questa personalità complessa e monolitica il Dio biblico ha modo di manifestarsi nel pieno della sua misericordia tenera ed ironica, che sa condurre per mano i suoi figli senza forzarne la libertà, ma senza con un amore forte ed altrettanto ostinato, che non conosce sconti e che sa aspettare.
Non è vero, appunto, che Basta ca ce sta ‘o sole: ad un amore così maturo e ricco non si può rispondere con superficialità o accontentandosi. La speranza è forte ed anche la capacità di rispondere ad un Dio che chiama personalmente ognuno, ad ogni età.
L’impegno dei giovani è stato buono, nonostante si fosse alla prima esperienza di questo genere. Ottimo l’apporto degli animatori, molti dei quali madri di famiglia con un’invidiabile spirito di adattamento e di corpo… Una Chiesa in crescita, che sa investire forze e tempo per la cura delle giovani forze, favorendo esperienze forti che possano incidere significativamente nella vita di tutti i giorni. Le comunità delle suore di s. Giuseppe, presenti in entrambe le parrocchie, sono grate di aver preso parte a questa attività pastorale.
Sr Marirosa