Scrivere fiabe o favole per bambini non è cosa da poco né tanto meno semplice. Non stupisce, quindi, che i più grandi favolisti fossero persone di alto livello culturale. Oscar Wilde, per citare un esempio, i cui Racconti per ragazzi sono certo famosi ma ingiustamente posti in secondo piano rispetto ad altre sue opere pur pregevoli, conosceva in profondità la cultura classica, i pregi e i difetti del linguaggio umano, il cuore e la mente dell’umanità. Pur essendo capace di scrivere frivolezze, alcune delle quali rasentano la volgarità, quando scriveva per i bambini la sua penna non poteva essere più seria e onesta, perché il fanciullo è uno spettatore attento, giudice implacabilmente severo e scevro da ogni ipocrisia; non sa, dunque, fingere interesse quando non ne ha o passione, quando sente che la narrazione è lontana da lui e dai suoi sentimenti. Un narratore intelligente non può non tenerne conto.
Imitare il linguaggio di un bambino è cosa, invece, di relativa facilità, ma saper unire a questo linguaggio anche i pensieri, i timori, il ribollio di idee innocenti che l’infinita mente di un bambino è capace di generare è tutt’altra questione, dannatamente più complicata. Forse impossibile. A meno che l’uomo adulto non sappia mantenere vivo, dentro di sé, un pezzo di quell’infinità tipica del fanciullo. Per questo siamo pieni zeppi di libri per bambini melensi e sdolcinati, figli di quel buonismo che impera indisturbato da decenni nella nostra società, orripilato e, anzi, indispettito dalle domande di senso che la vita impone da sempre all’Uomo. Il nostro tempo è forse la prima epoca in tutta la storia umana che ritiene il fanciullo incapace di reggere l’onda d’urto di alcune domande che, nel solco tracciato dall’esistenza, implacabilmente, fanno sentire tutto il loro vigore. Ecco allora sparire dai prodotti per bambini i temi della morte, del dolore, del sacrificio, a favore di un più politicamente corretto “volemose bbene!”. Prodotti per bimbi svegli comprati da “genitori rintronati dalla pubblicità” (almeno in questo il vescovo emerito di Como, Alessandro Maggiolini, aveva ragione).
Il libello “Lettera a Babbo Natale. E a Dio per conoscenza”, di Patrizio Righero e Ives Coassolo, è una piccola ma robusta barchetta che tenta di risalire la corrente buonista di un fiume in piena qual è una discreta parte della letteratura attuale, non solo quella rivolta ai più piccoli. I delicati temi che riguardano i trapianti d’organo, la morte e persino la fede sono qui visti con semplicità (che non significa mancanza di con- passione o di consapevolezza, né tanto meno semplicismo) attraverso gli occhi di un bambino come tanti che, come ogni uomo, non è in grado di comprendere tutta la realtà circostante, ma è in grado, questo sì, di porsi le domande giuste, perché prima della risposta, spesso lo dimentichiamo, c’è sempre la necessità di una domanda…
Contro l’ottusità buonista, Righero e Coassolo propongono un libro ottimista che perciò non è inzuppato di miele dalla prima all’ultima pagina. Esso è piuttosto un racconto, sotto forma di tre lettere (una a Babbo Natale, la seconda a Babbo Natale e a Gesù per conoscenza e l’ultima al solo Gesù) scritte da Matteo, un bimbo di sette anni nella prima lettera, otto nella seconda e nove nella terza (tutte missive scritte, ovviamente, in prossimità del Natale) che presentano il percorso del protagonista lungo il frastagliato cammino di un segmento di vita, con le sue gioie, ma senza tralasciare i dolori, alcuni dei quali trancianti, anzi, ponendo proprio l’accento sul significato della sofferenza. Il risultato è un’opera dolce e amara allo stesso tempo, capace di commuovere senza sentimentalismi e far sorridere senza far sganasciare dalle risate.
A convincere, di questo libro, è poi soprattutto l’immedesimazione dei due autori nel protagonista. Non è facile, per un adulto, far parlare autenticamente un bambino in un’opera letteraria, almeno non senza scadere nella banalità. L’autenticità presente nel libello, allora, significa che Righero e Coassolo hanno saputo fondere i loro “bambini interiori” creando Matteo, il protagonista, ma ciò presuppone la difficile capacità di conservare dentro di sé il proprio fanciullo di cui parlavo sopra. La forma delle letterine a Babbo Natale ha poi, forse, facilitato l’esposizione, alleggerita da alcuni bei disegni che si susseguono lungo le pagine.
Un libro che i genitori dovrebbero comprare ai loro figli ma leggere per primi. Per ricordare quant’è difficile essere semplici.
Alberto Tessa
Patrizio Righero • Ives Coassolo
Lettera a Babbo Natale
...e a Dio per
conoscenza
formato 13,5 x 13,5 • brossura • ill.
48 pagg. • 2008 • € 5,00 • ISBN 978-88-7402-444-5
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