Antonella, una testimonianza fuori dal coro
Un editoriale dedicato ad Eluana
mi pare dovuto, visto che è uno degli argomenti attuali più delicati
e scottanti!!!
Caro Claudio, mi chiamo Antonella, ci conosciamo telematicamente: ho
scoperto il sito partecipando al concorso letterario di Don G.Barra,
mi sono iscritta alla mailing list e così ricevo settimanalmente le
Vostre notizie, editoriale compreso.
Vorrei riflettere con voi sulla storia di Eluana ed, aihmè, la sua
sorte.
Ho 26 anni, sono siciliana, ho studiato e lavorato a Trieste, poi
sono tornata in Sicilia, mi sono sposata, e poi è venuto fuori un
posto di lavoro a Trieste. Così, con Roberto, abbiamo deciso di
affrontare la separazione "per lavoro".
Sul caso Eluana i dibattiti sono accesi, continuano a ripetere che
se dovesse succedergli qualcosa di simile vorrebbe morire subito.
Forse la gente si ferma all'apparenza; in una società consumistica
che insegna a sfruttare tutto e tutti, a disfarsi di ciò che è
inutile e dà fastidio, perchè soffrire??? Perchè curare un corpo
immobile, perchè tenere in casa e sopportare un genitore ammalato
d'Alzheimer, perchè continuare a litigare con il marito e/o la
moglie, perchè non accontentare i figli facendoli sentire "diversi"
dai coetanei, perchè rinunciare alle vacanze o al cellulare...
Perchè non avere tutto e subito, se posso???
Questa è la filosofia corrente: rifiuto del dolore e del sacrificio,
piena enfasi a tutto ciò che dà piacere, anche e soprattutto
momentanteo: "cogli l'attimo", qualcuno diceva... E la conclusione
naturale è: non curarti troppo delle conseguenze!!! E così le
famiglie vanno a rotoli, i giovani crescono senza dare il giusto
valore alle cose, la vita diventa sempre più frenetica, niente e
nessuno soddisfa abbastanza le nostre esigenze...
Lo so, è come sfondare una porta aperta.
Io ringrazio la mia famiglia per avermi trasmesso certi valori, ma
comincio a sentirmi un pò fuori da questa società e dai miei
coetanei, se per appartenervi devo sballarmi d'alcol ogni volta che
esco, ascoltare musica assordante, riempirmi di pircing e vestirmi
coi pantaloni abbassati a tre quarti del sedere (che poi non capisco
bene il senso di questa moda), vivere la vita come fosse un film o
un video game in cui si può sempre premere il tasto "rewind" o
"replay"...
Forse sono fuori dal coro, devo ammettere che quando abbiamo deciso
di sposarci, molte persone non hanno condiviso, qualcuno sosteneva
che dovessimo sposarci "per forza", che stesse arrivando un bimbo...
Sì, siamo andati un pò controcorrente, non avevamo una casa nostra o
un lavoro sicuro, a cui forse aspirano i giovani d'oggi, ma ci
amiamo e abbiamo deciso di condividere il nostro cammino, secondo la
volontà di Dio e con l'aiuto della Sua grazia. Non siamo affatto
"santi" e le tentazioni ci sono ogni giorno, ma preghiamo il Signore
ed offriamo questo sacrificio per i bisogni della Chiesa di cui
siamo parte. Sarebbe più facile se io tornassi a casa, magari
troverei un lavoro, sicuramente in nero e/o sottopagato. Ma come
nella parabola dei talenti, mi verrebbe chiesto perchè non ho
"speso" tutto quello che mi è stato donato, perchè nella situazione
di lontananza comunque sono fortunata!!!
La società ha perso di vista il fondamento della nostra vita: Cristo
Gesù.
Da Lui impariamo che per raggiungere la gloria della Pasqua bisogna
passare per la passione del venerdì santo. Gesù è l'esempio per noi:
se vogliamo seguirLo dobbiamo abbracciare la Sua croce, certi che
Dio ci ama infinitamente e ci ha creati per la vita eterna, dove
contempleremo la gloria del Suo regno. Il bene che ci aspetta è
tanto grande che ogni pena può diventare motivo di gioia. Credo che
noi cristiani non possiamo tenere per noi questa certezza del cuore:
Cristo ha vinto la morte una volta pre tutti, in Lui noi siamo
salvati.
Non condivido la posizione del padre di Eluana, non capisco e mi
infastidisce l'accanimento dei media sul caso, non sono d'accordo
sull'eutanasia e mi pare assurdo che una persona possa aver espresso
il desiderio di morire, come se fossimo padroni della nostra vita.
Non dobbiamo temere la corruzione del corpo, se la nostra anima
appartiene a Dio.
Scusa questo sfogo, grazie per le tue parole e i "Germogli" che
mandate con cadenza settimanale.
Ho imparato che vivere da cristiana vuol dire vedere "il sole nella
tempesta": è nella quotidianità della vita che Dio compie i
miracoli,sotto gli occhi increduli e/o troppo offuscati...
Non aspettiamo che finisca la tempesta per testimoniare la Buona
Novella contenuta nel Vangelo... Il mio motto è: SORRIDI, DIO TI
AMA.
buona giornata,
ANTONELLA
Ricordando don Verzino
(più gloria che requiem)
E’ morto don Verzino. Entro in punta di piedi nella camera ardente del Fer, che è stata la sua dimora negli ultimi anni. Rose rosse e semplicità. Non riesco a decifrare le mozioni del cuore: non ho il groppo in gola ma un senso di reverenza e pace. Un filo di nostalgia è tracciato dai sussurri della piccola folla intorno al feretro, sono i ricordi di tanti che sono stati beneficati da questo piccolo prete. Chi lo paragona al S. Curato d’Ars, chi afferma semplicemente il bene che ha ricevuto da lui, ma per tutti lui era IL parroco. Lo è stato anche per me. E a lui devo la mia vocazione. Che nasce ben prima della scelta del seminario. E’ lui che mi ha fatto entrare nel coro di don Bonansea. E’ nella sua parrocchia che ho cominciato a fare l’animatore. Ma più di tutto è lui che quando ci faceva catechismo ci faceva vibrare il cuore per Dio. Quando ci parlava di Lui sembrava contemplasse i cieli aperti. Ed è quell’orizzonte che mi ha affascinato da sempre. Ora anche don Verzino fa parte di quell’orizzonte. E continua a guardarci e guidarci ora forse con più efficacia da lassù. Parlo con lui ancora un po’in silenzio e poi uscendo dalla camera ardente mi scopro concorde con chi poco prima ho sentito dire: “Altro che Eterno Riposo. Qui si deve cantare il Gloria!”.
Ives
UNA BELLA ESTATE RAGAZZI… 2008
La vedo ogni giorno di estate ragazzi. E’ la fiumana di bambini e ragazzi che puntualmente alle nove del mattino avanza concitata nel cortile dell’oratorio. I loro occhi ricercano immediatamente quelli degli animatori che vanno loro incontro con quello stile che hanno appreso nei momenti formativi di tutto l’anno, lo stile dell’accoglienza che affonda le radici nel Vangelo e vuole mettere in pratica ciò che suggeriva don Bosco: non basta amare i ragazzi, bisogna che si sentano amati.
Osservo con il cuore colmo di gratitudine verso il Signore questa numerosa famiglia e mi sovvengono alcune parole chiave che sintetizzano tutta l’estate ragazzi: allegria- educazione-formazione.
Allegria è sinonimo di benevola accoglienza. Chi entra nell’oratorio deve trovare un clima che lo fa sentire a casa sua, in mezzo a degli amici che lo aiutano a crescere umanamente e spiritualmente, che gli fanno respirare gioia vera e sincera, quella gioia cristiana di cui Cristo parla nel Vangelo.
L’educazione è un tema molto attuale. Se ne parla molto e in diversi ambienti. Educazione significa non solo insegnare a rispettare le regole di civile ed umana convivenza (peraltro oggi importante!), ma stimolare ogni ragazzo a tirare fuori da sé il meglio, ad impiegare tempo e talenti per una maturazione positiva della sua persona. L’educazione cristiana è sicuramente una sfida che tante volte si vorrebbe eludere perché non sempre facile e gratificante; è però una sfida che l’oratorio accoglie, ponendosi a fianco della famiglia, prima “comunità educante” e “piccola chiesa domestica”.
La formazione è necessaria in ogni campo, tanto più in quello dell’educazione e dell’animazione.
Da più parti ho sentito pareri positivi ed edificanti circa l’operato dei nostri animatori. E’ vero: hanno dato il massimo, hanno impegnato mente e cuore per mettersi a servizio dei ragazzi con particolare e generosa dedizione. Tutto ciò non è frutto di improvvisazione, ma di una continua ed intensa preparazione che dura tutto l’anno.
La soddisfazione espressa da diversi genitori nei confronti del lavoro che si sta portando avanti nell’oratorio è la conferma che la strada perseguita in questi anni è quella da continuare a proporre a chi intende dedicarsi all’animazione che, non dimentichiamolo mai, è “azione dell’anima”, la prima che deve essere educata!
don Massimo
Semmydiary
Le promesse dei marinai e quelle dei seminaristi hanno una affinità particolare: sono poco attendibili. Chiedo scusa a tutti voi perché mi ero ripromesso di farmi sentire più sovente e poi il tempo è tiranno e la pigrizia pure.
In effetti questo anno è volato e ora volano i voti degli esami. Il primo di bioetica è andato bene ma a me poi prende la depressione post partum e prima che riparto(um) mi ci vuole un po’ di tempo (che non ho)!
La tensione aumenta alla fine dell’anno. La scuola è ormai finita e la vita di comunità si svolge in camera, eventualmente in aula di studio e in cappella.
Le varie classi e i vari colleghi hanno a che fare con i libri per lo sprint finale. Gli insegnanti sono abbastanza severi!
Devo dire che sotto pressione divento molto poco affabile. Ma tant’è ognuno si prende così com’è.
La comunità è sempre fonte di gioie e dolori. Io poi sono un mago nel cercare e trovare casini.
In compenso la preghiera stempera gli animi e aiuta a ricordarci che oltre che un’esamificio il seminario è una preteria,o meglio un luogo di formazione per un obiettivo più alto e che siamo tenuti a fare i conti con l’Oste. Il Signore non abbandona mai!
A me a volte viene voglia di fare qualcosa di più per i compari.. Saper consolare al momento buono, saper trovare una parola buona al momento giusto… mi sembra se non di non esserci abbastanza. Don Beppe però mi ha detto una frase che è davvero “tosta” e ve la giro. E’ simpatica ma fa riflettere davvero:
Dio esiste. Non sei tu. Rilassati!
Grazie a quanti sostengono il nostro cammino con le preghiere e non solo!!
A presto.
Ives
Settimana comunitaria femminile
2 testimonianze
Vivere in dialogo con Lui
Per tanti significa passare una settimana facendo la suora. E invece, vuol dire passare una settimana diversa, forse molto più “astratta”, ma sotto alcuni aspetti, molto più concreta delle altre settimane vissute nella vita quotidiana.
Ho potuto conoscere meglio il mondo e la vita delle suore, infatti questa settimana comunitaria è stata vissuta con loro. La loro vita frenetica, con gli stessi nostri mille impegni. La loro allegria e la loro vita comunitaria, molto meno monotona e noiosa di quella che si può immaginare stando al di fuori. I loro scherzi, i loro problemi. Il cercare di incastrare al meglio le mille cose che hanno da fare. E al tempo stesso, la capacità di rinunciare a qualcosa per ascoltare te, proprio te. Infine, il loro bisogno di parlare con Dio, come noi sentiamo il bisogno di sentire mamma, papà o il fidanzato, con la stessa facilità e naturalezza con cui noi prendiamo il telefono e li chiamiamo quando ne abbiamo voglia.
Questa è sicuramente la cosa che più mi ha colpito. Loro ogni giorno sentono la necessità di parlare con “il loro Marito”, vanno in cappellina o in chiesa o in camera loro, e riescono a instaurare un dialogo con Lui come forse noi non riusciamo a fare con le persone che vediamo realmente in faccia. Sicuramente loro hanno l’esercizio dalla loro parte, ma è comunque una cosa affascinante, che secondo me ti aiuta a ritrovare le Fede quando vacilliamo.
Le suore, nella nostra società, sono sempre più viste come “cose che portano sfortuna”, o come persone di fronte a cui bestemmiare, per sentirsi forti e vedere forse la loro reazione, o non so, forse perché sono viste portatrici di una morale che ormai tende sempre più a essere evitata, perché secondo alcuni è limitativa, ma che forse fa vivere le esperienze di tutti i giorni con uno sguardo diverso, e quindi con un arricchimento maggiore. Vengono sempre più viste come persone che pensano solo a un dio distante e a cui si fa fatica a credere, e non invece alla vita e ai problemi di tutti i giorni. Per questo, secondo me, molte più persone dovrebbero vivere una esperienza come questa, per capire che “le suore” non perdono tempo in discorsi inutili o in progetti vani, ma sanno aiutare dove c’è bisogno di loro, molto più di noi, persone attente ai problemi del quotidiano.
Altri aspetti particolari della settimana comunitaria sono l’incontro con altre ragazze con cui poter parlare liberamente e con cui confrontarsi, senza il timore di essere giudicati, e poi cercare nei momenti di riflessione di conoscersi un po’ di più, in una vita sempre più frenetica durante la quale fermarsi per pensare a se stessi in modo più profondo è sempre più difficile.
Questa esperienza è stata sicuramente significativa a livello personale per due motivi: il dialogo con le suore che mi ha permesso di conoscere meglio loro e me stessa, e la possibilità di approfondire il mio rapporto con Dio, senza però dover rinunciare agli impegni di tutti i giorni, come scuola, amici e lavoro. Infatti, sono stati affrontati argomenti importanti di crescita, durante i quali, sotto la guida di una suora, abbiamo potuto riflettere su diversi aspetti della nostra vita, seguendo alcuni passi della vita di Geremia. Tutto questo però è stato fatto cercando di ritagliare un po’ di tempo nella vita di tutti i giorni, nel rispetto degli impegni di tutte. Infatti a nessuna è stato chiesto di rinunciare a qualcosa. E se non potevi partecipare a un momento di preghiera, le suore ti aspettavano per il momento successivo, sempre a disposizione per renderti partecipe di quello che era successo quando non c’eri, e senza farti mancare nulla.
E’ stata una settimana in cui, nonostante la piccolezza e la normalità dei nostri gesti, abbiamo potuto sentirci importanti e amate anche da chi, fino al giorno prima, non ci conosceva.
Martina
La Stella che ci guida
Ho partecipato da poco ad una settimana comunitaria organizzata dalle suore Giuseppine.
Durante la settimana abbiamo condiviso momenti importanti di preghiera, di dialogo, di confronto; ci siamo anche divertite ascoltando alcuni aneddoti delle nostre suore.
Bella è stata l’idea di appendere dei fogli con una diversa massima di padre Mèdaille, il fondatore delle suore di san Giuseppe, una per ogni giorno, e poter porre la propria firma se in qualche momento della giornata la si era vissuta: la sera ci ritrovavamo davanti alle massime ripensando al giorno appena passato e scoprivamo, a volte, di essere state capaci a viverle, ci accorgevamo così di essere state in sintonia con Dio in un giorno che pareva essere stato come tutti gli altri.
L’esperienza della settimana comunitaria è particolare perché ognuna vive i propri impegni quotidiani, in ambienti diversi, ma verso la fine del pomeriggio ci si ritrova per porsi all’ascolto della parola di Dio, Parola che ci rende una cosa sola. Quest’anno abbiamo riflettuto seguendo i passi del profeta Geremia: la sua chiamata, il suo no iniziale, le sue paure e alla fine il suo abbandono a Dio.
Geremia ci ha ricordato che Dio ci conosce addirittura prima di formarci nel grembo materno, ci trasforma e ci plasma con il suo amore, come l’argilla nelle mani del vasaio.
Diverse le nostre strade e le nostre scelte ma comune la Stella che ci guida, la Speranza che ci anima, uno e unico l’amore di Dio che ci sostiene.
Edna
File definitivo convegno di Verona
Scegliere tra una cosa buna e una cosa bella
Se non diventerete come bambini